Giugno 4, 2019 Cosmovision Nessun commento

Nel 2003 la cultura Kallawaya è stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità. Il significato del suo nome in lingua aymara è “medici o uomini di medicina”. La loro comunità si trova nel dipartimento della Paz, in Bolivia, ma anche in alcune zone della cordigliera andina del Perù. Questa regione è famosa per i suoi guaritori, discendenti degli Inca, che hanno mantenuto per secoli la conoscenza e la classificazione dettagliata di piante e animali. Sono persone religiose che hanno una loro antica cosmo-visione; essa sintetizza diversi aspetti riguardanti le malattie che affliggono il corpo, la mente e l’anima. Gli anziani sciamani continuano, sin da bambini, ad indossare i loro costumi tradizionali.

L’area culturale Kallawaya comprende l’Altipiano Opuna a 4.000 metri di altezza, caratterizzato dalla presenza di erbe e arbusti adattati al clima. Ci sono poi le Highlands, con un’altezza di 3800 metri e infine l’area Preyunga, di 1200 – 2.800 mt. In questa zona la vegetazione è variegata: abbondano arbusti, piante e radici dalle proprietà particolarmente benefiche. I Kallawaya sono un gruppo indigeno composto da circa 2.000 persone.
Nella foresta ogni specie ha uno spirito guardiano che risiede in essa e la protegge. Così l’uomo indigeno, prima di tagliare, raccogliere un frutto o il ramo più piccolo di un albero, deve chiedere il permesso ai “signori” della legge invisibile. Ogni pianta ha il suo rango divino. L’aura energetica e mitologica circonda gli occhi smarriti dello Yatiri, che attraverso il rituale e, offrendo doni alla Pachamama potrà, nello spazio magnetico, intangibile, ottenere il permesso della raccolta. Queste persone rispettano la sacra tradizione orale del mito, degli antenati e delle buone influenze che proteggono i loro atti e la loro ombra. Sanno che davanti al regno naturale non si può mentire o fare promesse vuote. La sola eventualità di compiere un’azione negativa può trasformarsi in una terribile punizione per la loro esistenza. La venerazione degli alberi nativi serve per proteggere coloro che hanno celebrato un giuramento di rispetto verso ogni pianta viva o specie sacra esistente.

Per l’uomo occidentale, un albero o una pianta rappresentano qualcosa di utile, per un indigeno la vita spirituale e le virtù di una pianta sono invece riconosciute come un dono importante, medicinale o divino. Alcuni arbusti con principi psicoattivi o allucinogeni, come la ayahusca, il san pedro, il Yagè, il Yopo e altri ancora, facilitano lo “YATIRI”, o sciamano, nell’ingresso in altri piani dimensionali della realtà intangibile. Questa cultura, che rispetta gli alberi e le piante, si connette profondamente con lo spirito universale, mantenendo viva una forte convinzione, che riesce a comprendere e utilizzare i molteplici benefici che può materializzare il misterioso potere che risiede all’interno del bosco, della giungla e delle alte montagne.

I luoghi reconditi da sempre sono la dimora di sciamani o di medici guaritori, specializzati nello studio di piante, che hanno raggiunto il massimo livello di efficienza. I seguaci di questa primordiale conoscenza esercitano la loro saggezza con accurata abilità e precisione. I Kallawaya sono persone umili del mondo rurale; ci insegnano che la salute si trova nell’equilibrio tra l’uomo e il suo ambiente, la salute (buona o cattiva) è uno stato globale che comprende fisica, chimica, psicologia, misticismo e spiritualità dell’individuo in rapporto all’ambiente sociale e naturale. Nella visione dei Kallawaya, la definizione di salute deriva da un’analogia tra il corpo umano, la terra, le montagne, i laghi, la pioggia, il sole, le piante e gli animali. Tutti sono esseri viventi, parte di un’unica famiglia che dimora in una sola casa denominata Terra. Ogni essere ha un nome al quale risponde ogni volta che la voce dello sciamano Kallawaya lo chiama, accompagnata dal suono di un flauto o di un tamburo. L’eco della sua parola risuona sulle cime della cordigliera più lunga del pianeta. Attualmente un obbligato cambiamento di coscienza spinge la scienza, la medicina e la filosofia occidentale a considerare questo sapere reale, frutto di un’esperienza secolare e di un profondo rapporto fra l’uomo originario e il suo luogo geografico naturale. Un vasto patrimonio culturale che possiede un’antica conoscenza della fitoterapia tramandata di padre in figlio.

I Kallawalla condividono una cosmologia che si fonde con una serie coerente di credenze, riti e miti di grande valore. Le loro espressioni artistiche fanno parte di una sensibile visione del mondo e di un loro concetto di salute collegato allo spirito, alla natura, alla società e alla persona.
I rituali sono molto importanti per la guarigione. Le offerte alla Pachamama cercano di ristabilire l’equilibrio vitale dal quale noi tutti dipendiamo. È nella prevenzione che la forza della medicina Kallawaya risiede. L’origine della malattia non è ricercata solo nel corpo del paziente, ma anche in tutti i suoi rapporti con il lavoro, la famiglia e le attività quotidiane.
Essi parlano quechua, aymara e castigliano. Tuttavia il linguaggio utilizzato tra di loro si chiama kallawaya, che significa “avviato nel sapere”. È un insieme di suoni monotoni e ripetuti, simili ai mantra. Queste preghiere o invocazioni accompagnano la loro pratica rituale e medica. I loro dialoghi sacri contengono parole che risalgono alla lingua puquina dell’antico impero Inca, tutt’ora presente in nomi di luoghi e persone delle Ande boliviane.

La Coca cresce nelle montagne andine, della Bolivia, del Perù, dell’Ecuador e della Colombia fin dai tempi remoti. È una pianta sacra. Per la popolazione indigena la coca non è sinonimo di vizio. Al contrario, questa pianta è parte del loro cibo, la loro medicina e religione animista; essa occupa un posto importante nei rituali sacri. Le sue proprietà sono molteplici: masticare foglie di coca serve per guarire il mal di stomaco, aiuta a resistere alla fame, alla sete e alla sonnolenza. Un infuso di cinque foglie di coca elimina il “mal di montagna”, il mal di testa. La coca è la compagna fedele dei contadini e dei minatori nei loro duri posti di lavoro, degli operai campesinos che passano la maggior parte del loro tempo senza acqua e senza cibo ad alta quota. La coca non è uguale alla cocaina. La sacra pianta è proibita da un Occidente che la considera causa principale della sua tossicodipendenza. (Anche se in realtà quella che si definisce “cocaina” è un preparato chimico, un mix di tanti veleni nocivi per la salute, dove il contributo di questa foglia

Se l’occidente non riuscirà ad ascoltare il richiamo della Pachamama e delle sue divinità ambientali, continuerà a rifiutare il mondo reale intangibile e le antiche credenze di obiettiva utilità. Si troverà ancora a lottare con l’insistente logica culturale e scientifica più volte manipolata. L’uomo moderno insiste nel diffidare di tutto senza riuscire a credere in qualcosa veramente. Osserva tutte le testimonianze indigene come curiosità, evasione, storie esotiche, magie di voodoo o particolari souvenir da possedere in collezioni personali. Perseverando nel suo egoismo con cinica indifferenza, l’Occidente annienta con azioni distruttive la propria fortuna esistenziale e nega ostinatamente quello che da sempre vive nel subconscio umano, trasmesso dai nostri creatori in un tempo lontano.

Written by sangredeamerica